Nella mia pratica clinica quotidiana, fatta di attività ambulatoriale e domiciliare, mi imbatto sempre più spesso, soprattutto nell’attività domiciliare, in situazioni di enorme degrado sociale.
Quello che nell’immaginario collettivo è considerata una eccezione ( case fatiscenti, povertà assoluta, indice di scolarizzazione quasi nullo, qualità di vita ai più bassi livelli), in determinati contesti sociali è considerata la normalità. Se poi a tutto questo si aggiunge la presenza di un paziente allettato, con varie comorbilità e affetto da lesioni cutanee, tutto si presenta come un girone dell’inferno dantesco.
Paziente relegato in un lettino appoggiato a pareti con muffa che “decora” e inonda di effluvi la stanza nella quale, spesse volte, è presente una tavola apparecchiata con i commensali intenti a pranzare, i profumi dei cibi si mescolano agli “odori” che emanano dalle piaghe mal curate del povero paziente.
Entrando in queste case sento forte la sofferenza, quasi la rassegnazione a una quasi ineluttabilità a quello che avviene ma, nello stesso tempo, avverto un forte senso di solidarietà nei confronti del paziente e una grande dedizione a prestare le cure necessarie, spesse volte ingegnandosi a creare dei presidi atti ad alleviare le sofferenze del malato.
In questi contesti sociali il medico è rispettato e, se si riesce ad entrare nella loro stessa lunghezza d’onda, diviene una persona alla quale confidare le loro problematiche esistenziali.
Io parlo il loro stesso linguaggio e mi metto al loro stesso livello, eliminando la barriera che inevitabilmente all’inizio si frappone, ovviamente mantenendo sempre l’autorevolezza che ti rende credibile.
